Competizione o simbiosi? La natura non è olimpica

Chi ha sperimentato cammini di lunga durata attraverso molteplici paesaggi sa che accadono eventi esteriori e interiori che cambiano la visione della vita. Si tratta di un effetto particolarmente forte nella nostra epoca, perché mettersi in viaggio a piedi significa staccare in modo significativo dalle modalità della vita quotidiana. Tra le tante, c’è una speciale consapevolezza che può emergere dall’esperienza ma che spesso non viene colta e resta nell’ombra. È qualcosa che nasce dall’incertezza del cammino, dalla scarsità di rassicurazioni artificiali, dal presentarsi di imprevisti e in particolare dal perdere momentaneamente la strada.

Franco Michieli
2 March 2026

Incontra con più forza questa consapevolezza chi si muove su terreni selvatici, senza sentieri e segnavia, e senza tracce GPS. In queste situazioni, chi è concentrato solo su se stesso può credere che il ritrovare la buona via dipenda solo dalla propria abilità, dalle capacità di lotta dell’individuo. Chi riesce a restare aperto e onesto con se stesso, di volta in volta accumula un’impressione diversa: che in verità, le soluzioni siano arrivate sì mettendoci dell’impegno, ma solo grazie a una sorta di partecipazione universale dell’ambiente alla vicenda del proprio andare. Le tracce lasciate dagli animali nella boscaglia, il sole che sbuca dalle nubi e permette di riorientarsi, il suono di un torrente o di una campana lontana che segnalano un elemento del paesaggio, la bellezza del cielo che infonde coraggio alla marcia: questo e molto altro concorrono al ritrovarsi del cammino. Chi è sensibile capisce che alla meta non arriva un individuo, ma una sorta di organismo simbiotico vasto come il mondo.
La cosa interessante è che oggi la biologia riconosce che è proprio questa la realtà della natura vivente. Grazie in particolare agli studi della scienziata Lynn Margulis, possiamo dire che nessun organismo pluricellulare è costituito da una sola specie: tutti siamo dei “simbionti”, cioè organismi che vivono e si riproducono solo grazie alla presenza nel proprio corpo di una molteplicità di codici genetici appartenenti a specie diverse. Nel caso umano si tratta di batteri e virus del microbiota indispensabili per vivere e per procreare: circa il 13 per cento dei codici genetici presenti in ciascuno di noi sono altri dal DNA individuale.
In pratica oggi sappiamo che l’evoluzione naturale non è avvenuta solo grazie a mutazioni casuali dei codici genetici e della selezione competitiva tra individui (tesi ideologica fatta propria dal capitalismo), ma in misura molto maggiore da varie forme di cooperazione, o meglio di simbiosi, in cui specie diverse mettono insieme alcune capacità per dare vita a nuovi organismi, o a interi ecosistemi. Per quanto ne sappiamo non si tratta di una “scelta etica” compiuta dalla natura, ma è la base naturale su cui le scelte etiche possono essere compiute da animali con capacità morali. Esserne consapevoli permette anche di guardare con occhio molto critico la deriva dello sport contemporaneo, svuotato di qualsiasi valore che non sia la competizione estrema dell’individuo, della squadra, della nazione, facendo il conto delle medaglie come se la vita dipendesse dalle vittorie dei singoli. Ma la natura non è olimpica, e sconfessa la kermesse su nevi artificiali a cui assistiamo in queste settimane.
È grazie a questa consapevolezza declinata in mille sfumature che la Compagnia dei Cammini propone la sua filosofia di condivisione e inclusione nei gruppi in cammino, cercando l’immersione empatica negli ambienti attraversati ed evitando la connessione telefonica o Internet durante le tappe: per poterci accorgere di essere in realtà parte di ben altra connessione, nell’immensa simbiosi del pianeta Gaia.
Per approfondire il tema da un punto di vista scientifico consiglio la lettura del libro divulgativo di Maurizio Casiraghi e Telmo Pievani Uniti per la vita. Storie di simbiosi e cooperazione, Il Mulino 2025.
Franco Michieli