Bayarlalaa, Mongolia
di Dimitri Ruggeri
Otto giorni a piedi tra Kharkhiraa e Turgen, nell'Altai nord-occidentale, al passo di una carovana
Non chiedere il nome di questi luoghi. Non li ricorderai mai. Chiedi piuttosto le suggestioni che sanno evocare: allora, davanti agli occhi, si schiuderanno paesaggi infiniti.
15 August 2026
Tra un pezzo di mela e un pomodorino, il cielo ci cade addosso.
I cammelli ci hanno appena raggiunti nella piccola conca in cui ci siamo fermati per pranzare. Avanzano lentamente, piegati sotto i carichi che trasportano da giorni: tende, viveri, attrezzatura da campo. Quando vengono liberati dai centocinquanta chili che ciascuno porta sul dorso, si lasciano cadere a terra con un tonfo sordo, simili a edifici pericolanti che, all'improvviso, smettono di opporre resistenza alla gravità.
Siamo nell'Altai nord-occidentale, tra le valli del Kharkhiraa e del Turgen. Da alcuni giorni camminiamo con una carovana di cammelli e cavalli, seguendo corsi d'acqua alimentati dalle montagne e attraversando un territorio in cui l'esile tracciato si confonde con il pascolo. Intorno a noi il terreno si chiude tra i pendii: potrebbe essere un valico oppure soltanto una delle innumerevoli pieghe di queste montagne, a tratti rotonde come le forme di Botero. Qui le distanze non hanno cartelli e il paesaggio non dichiara mai con chiarezza dove cominci una valle e ne finisca un'altra. I miei occhi, abituati a prospettive ordinate, non sanno dove posarsi.
La grandine arriva senza preparazione. Nessun tuono solenne, nessun avvertimento che ci conceda il tempo di interpretare il cielo. Un istante prima sto mangiando, quello successivo siamo rannicchiati sotto giacche, poncho e zaini, mentre i chicchi rimbalzano sulle pietre, sulle teste, sulle gobbe dei cammelli. Non trovando riparo, ci accucciamo come uccelli feriti per limitare i danni. Qualcuno bestemmia. Bestemmio anch'io, i santi della mia terra. È una reazione inutile, ma il corpo non segue una teologia precisa: conosce il freddo che entra nelle maniche, l'acqua che raggiunge la schiena e le dita che diventano rigide.
Non possiamo correre: non esiste un tetto verso cui farlo. Non possiamo tornare indietro, perché dietro di noi c'è lo stesso cielo. Non possiamo convincere le nuvole a spostarsi né fingere che la grandine sia un'esperienza spirituale. Possiamo soltanto aspettare, battendo i denti.
La pazienza non è mai stata una mia virtù. Ho sempre creduto che fosse una forma elegante della rinuncia, un modo educato per dire che non si possiede abbastanza forza per cambiare le cose. In quella conca scopro invece che può essere una condizione fisica: non una qualità dell'anima, ma una postura del corpo, curvo e inarcato senza capitolare.
Quando la grandine smette, le montagne sono bianche. I chicchi hanno coperto l'erba e riempito le fessure tra le rocce. Il paesaggio che ci aveva accolti con il verde acido della steppa ha cambiato pelle in pochi minuti. Ci alziamo, scuotiamo i vestiti e riprendiamo il cammino. Nei giorni successivi impareremo che il tempo cambia senza consultarci e che, non potendo dominarlo, conviene almeno tentare di farselo alleato con la preghiera.

• • •
La Mongolia mi aveva aspettato per quasi vent'anni.
La prima volta l'avevo osservata da lontano, fermandomi sul lago Bajkal durante un viaggio lungo la Transiberiana, da Mosca a Vladivostok. Ero più giovane e credevo che una distanza potesse essere sconfitta semplicemente percorrendola, rapidamente, dentro il suono di un treno. Dal finestrino immaginavo questo paese come un bestione enorme e polveroso da domare, una polvere nella quale nascondersi e, forse, rinascere.
Per molto tempo la Mongolia è rimasta per me un territorio mentale più che geografico, uno spazio abbastanza vasto da accogliere ciò che non riuscivo a ordinare altrove. Quando finalmente arrivo a Ulaanbaatar, quell'immagine comincia subito a sfaldarsi.
La capitale appare come un cantiere aperto: gru, scheletri d'acciaio, edifici che spingono verso il cielo, motorini elettrici lanciati sui marciapiedi. Più in basso resistono i palazzi neoclassici del periodo comunista, circondati dalle nuove torri. Sulle insegne riconosco il cirillico con cui si scrive il mongolo contemporaneo; accanto ricompare la scrittura tradizionale, verticale e sottile.
In periferia non mancano edifici moderni, ormai segnati dal tempo, che richiamano il funzionalismo brutalista di quegli anni, uno stile che mi ha sempre affascinato. Anche nell'architettura affiorano le tracce di una storia tormentata: il popolo mongolo è stato a lungo stretto tra la Russia e la Cina, sottoposto a pressioni, alleanze e trasformazioni profonde, senza che venissero cancellati del tutto il nomadismo, l'identità e i valori delle comunità pastorali.
Alloggiamo all'Hotel Continental, anch'esso una vestigia dell'epoca sovietica, oggi sovrastato dalla modernità che tutt'intorno continua a salire. I corridoi mi riportano alla mente il film Shining. Provo tenerezza nel contemplare questo palazzo armonioso, sopravvissuto al mutare dei tempi, quasi fosse il simbolo di una silenziosa resistenza architettonica.
Eppure, la Mongolia non corrisponde alle mie aspettative e non sembra avere alcuna intenzione di farlo. Ulaanbaatar appare, a tratti, simile a molte città europee che stanno perdendo i propri tratti riconoscibili sotto la pressione degli stessi edifici, delle stesse vetrine, delle stesse promesse verticali.
Pochi giorni dopo voliamo a Ulaangom, nella provincia di Uvs, e raggiungiamo Tarialan, punto di partenza del trekking. Il centro ha da poco celebrato il proprio centenario, ma al nostro arrivo sembra quasi disabitato. La strada principale è larghissima, sproporzionata rispetto al numero di persone che la percorrono: potrebbe contenere una parata, un mercato, una fuga. In quel momento contiene soprattutto polvere e silenzio, capre e pecore osservate da pastori che cavalcano motorini anziché cavalli.
Visitiamo una scuola pulita e ordinata, una moschea diroccata e alcuni edifici istituzionali che sembrano attendere un futuro rimandato. Tarialan è uno dei principali territori d'insediamento dei Khoton, una piccola comunità di origine turcica la cui storia si è intrecciata con quella mongola. Non saprei però riconoscere, guardando un volto o entrando in una ger, dove termini un'identità e ne cominci un'altra. Sono confini che il viaggiatore vede spesso soltanto perché qualcuno glieli indica.

La famiglia di Shinè, la nostra guida mongola, ci permette di montare le tende davanti alla propria ger, poco distante dal centro. La ger è un centro circolare in un paesaggio sconfinato, senza centro.
Da lì prende il via la carovana: Shinè, i carovanieri, i cammelli carichi di viveri e attrezzature, i cavalli utilizzati per gli spostamenti e l'attraversamento dei fiumi, Misha, il nostro accompagnatore italiano, e un piccolo gruppo di camminatori, di cui faccio parte anch'io.
Noi procediamo con gli zaini giornalieri, persuasi di essere i protagonisti del viaggio. In realtà siamo la parte meno necessaria del sistema. Senza i cammelli non avremmo tende, viveri o cucina; senza i cavalli alcuni guadi diventerebbero impraticabili; senza chi conosce il territorio non sapremmo distinguere una traccia da un vicolo cieco. Il nostro itinerario dipende da animali e persone che non hanno bisogno di trasformarlo in un'esperienza. Per loro è lavoro.
Nelle famiglie pastorali che incontriamo tutto sembra ruotare attorno al cavallo: gli spostamenti, il bestiame, l'educazione dei bambini, il prestigio, il gioco. Qui parrebbe quasi strano rispondere di no alla domanda: «Possiedi un cavallo?». A me torna la voglia di montare in sella, come facevo da bambino, quando riuscivo perfino a saltare gli ostacoli in una pista. Ora, forse, attraverserò ingobbito ma con dignità i numerosi guadi che ci aspettano.
Il tempo metereologico dei giorni precedenti ha ingrossato il fiume alimentato dalle montagne e i cammelli non riescono ad attraversarlo. Dovremo aggirarlo, aggiungendo una tappa. La prima lezione della Mongolia è una deviazione inaspettata.
• • •
Ogni mattina Misha ci legge un proverbio. Iniziamo con: «Fortunata è quella casa che ha i cavalli legati alla sua porta».
Partiamo con un caldo asfissiante. Le locuste scattano dal terreno stepposo come molle impazzite e un nibbio ci segue dall'alto con una costanza inquietante. Ho la sensazione che stia aspettando di capire quale di noi sarà il primo a diventare carcassa, come in un film western.
All'inizio la steppa sembra una piattaforma vuota. Poi lo spazio si restringe in una valle di rocce rosse e vegetazione bassa; poco più avanti si apre di nuovo e lascia emergere ger, yak, cavalli, capre e pecore. Il paesaggio procede per contrazioni e dilatazioni, in pennellate di un verde elettrico: un polmone gigantesco che inspira le montagne ed espira le pianure.
Cerco paragoni per contenere l'immensità: film in bianco e nero, Sergio Leone, le forme metafisiche di De Chirico. Ogni riferimento dura pochi minuti e si rivela insufficiente. La Mongolia prende le immagini che porto con me, le mastica e le sputa sul terreno.
Il primo pranzo è essenziale e si materializza con qualche pezzo di verdura, pane, cibo preparato da Aruna. Ci spiegano che durante il trekking colazione, pranzo e cena si assomiglieranno molto. Il giorno successivo battezzo, tra le risate di tutti, una delle pietanze «la sbobba di zia Carmela», un pappone compatto e ripetitivo di pasta disidratata che non sembra capace di fornire l'energia necessaria a sostenere chilometri di cammino.
La fame crea comunità più rapidamente delle ideologie. Mangiamo insieme, ci lamentiamo insieme, inventiamo nomi per ciò che non riusciamo più a sopportare. La nostra comunanza nasce così, non da un'affinità spirituale ma da una pentola bollente.
Nelle prime valli assisto alla cattura di un puledro poco obbediente ai domatori. I pastori lo inseguono e lo circondano con una precisione che non lascia spazio all'esitazione. L'animale tenta di sottrarsi, ma ogni movimento sembra ricondurlo alla resa. Mi sorprendo a pensare che l'obbedienza sia la stella polare di questi luoghi, poi capisco che è una conclusione troppo rapida, una delle tante teorie che il viaggiatore fabbrica per dare ordine a ciò che non conosce.
Continuo però a osservare animali guidati, greggi ricondotte sui pendii e bambini che imparano presto a cavalcare. Mi spiegano che l'inverno non perdona gli errori: una scelta sbagliata, un pascolo insufficiente, un animale lasciato indietro possono avere conseguenze che in luglio, tra l'erba verde e le farfalle, è difficile immaginare a -50°. Ci parlano di famiglie che, negli inverni più duri, hanno perso una parte enorme del bestiame.
I bambini pastorali trascorreranno parte della stagione fredda nei dormitori scolastici, lontani dai genitori. In estate cavalcano, sorvegliano gli animali e aiutano le famiglie fino a quando arriverà il tempo della scuola e della separazione. Non so che cosa pensino davvero quando guardano le montagne e non voglio attribuire loro la malinconia che proverei io.
Un giorno, risalendo un pendio sotto la pioggia, incontro un bambinetto a cavallo che governa un gregge. Indossa una busta azzurra rovesciata, adattata alla meglio come impermeabile. Si muove tra rocce appuntite e pecore indisciplinate con una rapidità feroce e determinata. Lo saluto e lui ricambia, ma non può concedermi più di uno sguardo. Davanti a lui c'è un turista stanco con il poncho ancora bagnato e intorno, animali che non devono disperdersi. Non ha tempo per la mia meraviglia.

Il cammino prosegue lungo i rami del Kharkhiraa, mentre attraversiamo fiumi che sembrano ogni volta più freddi. Ci togliamo gli scarponi con un gesto ormai rituale, ce li leghiamo al collo e mettiamo i piedi nudi nell'acqua. Sotto la superficie ci sono ciottoli rotondi e pietre appuntite. La corrente spinge sulle caviglie e poi sulle ginocchia; il peso dello zaino modifica l'equilibrio e gli scarponi appesi oscillano, rischiando di trascinare il corpo nella direzione sbagliata.
Ogni passo richiede una decisione, ma nulla di tutto questo assume una forma eroica. Siamo adulti con i pantaloni arrotolati alla buona e l'espressione concentrata di chi teme di cadere maldestramente in pochi centimetri d'acqua. Quando raggiungiamo l'altra riva, i piedi bruciano paralizzati. Li asciughiamo, rimettiamo le calze e ricominciamo a camminare. La montagna non ci chiede di essere coraggiosi, ci chiede attenzione e rispetto.
Durante la notte il sonno non arriva. Nella tenda sento cani, cavalli, respiri affannosi di cammelli; ogni rumore sembra più vicino di quanto sia. Lo spazio immenso del giorno si comprime contro il telo sottile della mia effimera dimora. Nelle chiacchierate serali Misha non si limita a indicarci il percorso: ci invita a conoscere i luoghi dall'interno, senza affidarci continuamente alle mappe. Parla di Calvino e delle Città Invisibili che ciascuno dovrebbe cercare. Io purtroppo non riesco a trovare neppure il sonno.
Durante il giorno cammino come uno zombie. La fatica si accumula nelle gambe rigide, la sbobba di zia Carmela non carbura e le nuvole ci inseguono facilmente. Qui non arrivano: caricano come tori. Ti puntano, ti raggiungono, ti colpiscono con acqua mista a grandine, poi si allontanano lasciandoti bagnato sul terreno. È inutile fuggire. Puoi soltanto coprirti, abbassare la testa e aspettare che abbiano finito. Il cielo ci dà acqua mentre noi gli restituiamo contemplazione, imprecazioni e impermeabili fradici.
A quasi tremila metri entriamo in una ger dove è stata appena uccisa una pecora. Le interiora sono appese all'interno, pronte per essere lavorate. Non c'è nulla della morte che possa essere nascosto dietro una confezione o una porta. Fuori, il terreno è pieno di cavità scavate dalle marmotte e tra i buchi crescono stelle alpine. Mi lavo con acqua gelida, ma quando il vento si ferma il sole è abbastanza caldo da permettermi di restare a petto nudo. Il corpo passa dal freddo al caldo con una rapidità che lo confonde. Anche luglio, qui, non è una stagione: è una tregua.
Poco distante attraversiamo una distesa ricoperta da enormi cerchi fatti di pietre ordinate. Ci spiegano che alcuni di quei luoghi sono legati alla memoria di persone considerate illustri e che, in queste valli, sopravvivono credenze capaci di riconoscere una presenza spirituale nell'acqua, nel vento, nei sassi e nelle vibrazioni della terra.
La mia prima tentazione è trasformare ogni cosa in simbolo ma il bambino con la busta azzurra resiste meglio di qualsiasi spiegazione spirituale e continua a cavalcare nella mia memoria.
La sera entriamo nella ger di una coppia anziana. La donna prepara tè con latte di yak e sale. Ha un volto attraversato da rughe sottili e lucide e uno sguardo che non riesco a sostenere a lungo senza sentirmi osservato a mia volta. Le doniamo alcune medicine che potranno essere utili alla famiglia. Poi uno di noi scatta una fotografia con una Polaroid.
L'immagine appare lentamente, prima una macchia chiara, poi le forme della ger, i vestiti, i volti sorridenti. La donna guarda sé stessa accanto al marito. Dai suoi occhi esce una lacrima intermittente, spezzata, poi il pianto le prende l'intero viso.
Io indosso ancora gli occhiali da sole e mi sento un maleducato arrivato da lontano con la propria attrezzatura, le proprie medicine e la convinzione di poter osservare tutto restando al riparo. Me li tolgo e guardo anch'io la fotografia che si materializza: un rettangolo piccolo, quasi insignificante, eppure capace di contenere una vita condivisa duramente con questo angolo del mondo.
Due persone hanno diviso per anni lavoro, animali, poco denaro, freddo, figli, malattie ed estati. Nell'immagine sono di nuovo affiancate, come se la macchina fotografica avesse sospeso per un istante la possibilità della perdita.
Penso alla mia famiglia. Ci penserò ancora qualche giorno dopo, quando il terreno diventerà più morbido e le colline si gonfieranno sotto l'erba. Farfalle colorate attraverseranno il cammino e tra il verde e l'azzurro comparirà una linea così netta che la chiamerò «la linea della felicità».
Non perché io sia felice in quel momento. Quella linea mi riporta al mese di luglio, a quanto lo amavo da bambino, alla sensazione che l'estate fosse un luogo prima ancora che una stagione. Mi riporta al calore della mia famiglia, alle persone che la tenevano insieme e alla certezza che quella forma stia scomparendo.
Ogni famiglia è una carovana che per anni finge di essere una casa. Poi qualcuno rallenta, qualcuno prende un'altra direzione, qualcuno non riesce più a partire. I carichi vengono redistribuiti e le distanze cambiano. Ciò che sembrava stabile rivela di essere stato soltanto un movimento condiviso.
Guardo ancora la linea tra cielo e terra. È visibile ma irraggiungibile: più camminiamo verso di essa, più si sposta. Forse la felicità funziona allo stesso modo.

• • •
Il quinto giorno lasciamo il territorio del fiume che le guide chiamano sacro. Prima di allontanarci dalle lastre di ghiaccio del Kharkhiraa compio tre giri intorno a un altare di pietre, lì vicino, e aggiungo altri sassi, affidandogli un desiderio. Non lo dico. Ha a che fare con l'amore, con un volto, con capelli ricci e occhi che nella memoria prendono il colore dell'acqua. Forse il posto migliore per lasciarlo è proprio un punto che non saprei ritrovare.
La valle si congiunge al cielo e rende inutile stabilire dove finisca il verde e cominci l'azzurro. I cavalli ci guardano da lontano e nitriscono nel silenzio, oppure siamo noi ad attribuire a quel suono un saluto.
Aggiriamo il Turgen e, dopo un ultimo saliscendi che ci sfianca, compare un lago. Shinè non ha mai visto il mare. Per lui, ci spiegano, questi laghi sono il mare. Cerco di immaginare un mare senza sale e una vita senza il bisogno di vederne un altro. Poi mi accorgo che sto ancora una volta misurando il mondo con le mie assenze.

Il mattino seguente apro la tenda e il mondo è bianco. Davanti a me c'è un cavallo chiaro, quasi dello stesso colore della neve. Dietro di lui le montagne sono scomparse dentro una luce lattiginosa. Gli animali ruminano tranquillamente i pochi ciuffi d'erba rimasti scoperti. Per un istante non riesco a valutare la distanza tra le cose. Il cavallo potrebbe essere a pochi metri oppure dentro un sogno.
Ha nevicato per ore. Alzandomi troppo presto ho commesso l'errore di smontare parte della tenda; ora le mie cose sono a terra, coperte soltanto dal telo esterno ed esposte al vento e ai pezzi di ghiaccio che volano dalle nuvole. Indosso ciabatte semichiuse e ho freddo.
Mi riparo nella tenda aperta dei carovanieri che mi offrono tè bollente, poi ridono, indicano il cielo e continuano a occuparsi delle loro cose. Non sembrano sorpresi né offesi dalla neve. La guardano senza catene, indifferenti a ciò che noi interpretiamo come un affronto personale.
In quel momento penso di avere imparato a non avere freddo. Non perché il freddo sia scomparso: le mani sono ancora rigide e i piedi un po' bagnati. Ha smesso, per qualche minuto, di sembrarmi un torto.
Sul diario scrivo:
Non c’è pace se non qui,
se non dove c’è una radio senza fili.
Risposte non ci sono per campare
Domande non ci sono per il mare
La bellezza è muta sulla neve,
desolante, meravigliosa
genera vento, un nirvana nudo apocalittico.
Poi aggiungo altri versi, cercando parole abbastanza grandi da reggere il paesaggio. La verità è più semplice: poco dopo smette di nevicare. Ci guardiamo attorno e partiamo, perché siamo in ritardo e dobbiamo superare un valico oltre i tremila metri.
Saliamo con apprensione, sperando che il cielo non decida di venirci di nuovo in testa. Superiamo il passo, poi scendiamo lungo un ghiaione reso scivoloso dalla pioggia. A valle il Turgen è coperto da nuvole e neve grigia. Prima di entrare in tenda vedo un tramonto rosso e violento, come se il fuoco avesse aperto per pochi minuti una finestra sulle montagne.
Il giorno seguente entriamo tra i larici. Dopo tanti giorni di steppa montana, gli alberi sembrano una folla. I tronchi spezzano lo spazio e restituiscono all'occhio punti a cui aggrapparsi.
Camminiamo lungo il fiume tra un costone color rame e un versante verde. La carovana ci lascia per tornare al villaggio: ha terminato il proprio lavoro. Guardiamo i cammelli allontanarsi e con loro sembra andarsene una parte dell'ordine che ha sostenuto il viaggio. Gli animali, che all'inizio consideravamo elementi pittoreschi, sono diventati una misura del tempo. Il loro passo stabiliva la giornata, la loro presenza teneva insieme il campo. Ora restano le tracce sul terreno e ombre nell’atmosfera.
Non ci sono abbracci con i carovanieri. Ci salutiamo con un gesto da lontano perché a loro basta quello.
Il nibbio, invece, continua a seguirci e lascia sulla mia tenda una cagata monumentale, forse il suo modo di congedarsi. La natura, quando vuole, sa essere chirurgica.

• • •
L'ultimo giorno di cammino attraversiamo un'area di estrazione del carbone nei pressi del villaggio di Khotgor, che ci dicono legata a interessi cinesi. Il fronte di scavo interrompe la steppa come una ferita aperta. Fuoristrada e camion corrono sulle piste sollevando nuvole di polvere simili a esplosioni atomiche. Dopo giorni trascorsi con le bestie, il rumore dei motori produce uno straniamento quasi maggiore del silenzio.
Le abitazioni appaiono come ammassi di materiali sopravvissuti a un bombardamento mentre da alcune aperture spuntano volti curiosi di bambini, i primi ad avvicinarsi. Ci fermiamo in uno dei pochi minimarket e compriamo un gelato che mangiamo avidamente. Ha il sapore di una civiltà ritrovata e, nello stesso tempo, è completamente fuori posto.

Poco dopo entriamo in una bottega quasi vuota con dotazione un tavolino e qualche sedia mentre una donna prepara a ripetizione soltanto buuz, ravioli ripieni di carne di pecora. Ne mangio cinque per forza, anche se non sopporto più l'odore del grasso e del formaggio che mi è entrato ovunque. Anche qui, non esiste sapone capace di separare nettamente il corpo dal viaggio.
Nel villaggio ci sono una moschea, un municipio, un piccolo presidio sanitario, scuole e automobili ferme e sfondate per mancanza di pezzi di ricambio. Poco distante dal centro del paese entriamo in una ger rivestita di arazzi dai colori accesi. La guida ci presenta la famiglia che vi abita come kazaka. Non sono le decorazioni a dimostrarlo. Senza quella spiegazione non avrei saputo attribuire un'identità precisa alle persone che ci accolgono.
Ancora una volta capisco quanto sia facile, per chi arriva da lontano, scambiare un dettaglio per una prova e una sensazione per una conoscenza.
La Mongolia pastorale che avevo cercato e quella mineraria non sono due paesi diversi. La ger, il cavallo, il fuoristrada e la miniera appartengono allo stesso presente. Sono io ad avere bisogno di separarli, per salvare l'idea di autenticità con cui sono arrivato. Ma l'autenticità è spesso soltanto il nome che diamo a ciò che vogliamo rimanga fermo mentre noi continuiamo a cambiare.

Il giorno dopo percorriamo circa centosettanta chilometri per tornare a Tarialan, su una UAZ di fabbricazione sovietica. Il veicolo sobbalza, s’inclina, geme, si arrampica su piste che nessuno chiamerebbe strade, non fosse per quei camion scassati che le percorrono come bestie cieche. Davanti a noi polvere, precipizi, massi enormi; intorno, il vuoto. E poi le liti, inevitabili e magnifiche del nostro autista a torso nudo che urla contro gli altri conducenti, gesticola, ride, bestemmia, contratta precedenze assurde sul bordo del nulla, come se anche il passaggio fosse una questione d’onore.
Ci fermiamo presso uno stupa buddista. Poco distante c'è un ripiano sul quale si gioca con le rotule di yak, utilizzate come dadi. Provo a lanciarle e le mando fuori dalla base. Anche il caso, qui, sembra avere bisogno di spazio.

Riprendiamo l'aereo da Ulaangom per tornare a Ulaanbaatar, dopo aver visitato il mercato. La città continua a costruirsi. I grattacieli salgono, gli edifici del periodo socialista resistono ancora e il traffico continua a riempire le strade. Dopo il silenzio delle vallate, ogni suono sembra sovrapposto a un altro. Mi accorgo che cerco inutilmente nel rumore il respiro dei cammelli, il galoppo dei cavalli, i cani della notte.
All'aeroporto il gruppo si sparpaglia. Ci abbracciamo, facciamo promesse, diciamo che ci rivedremo. Forse accadrà. Oppure la nostra comunità, costruita intorno a tende bagnate, pietanze ripetitive e fiumi ghiacciati, non sopravvivrà ai calendari delle nostre vite.
Per sedici giorni abbiamo attraversato lo stesso paese, ma ciascuno ne porterà via uno diverso.
Io porto con me la donna che guarda emergere il volto del marito sulla Polaroid. Il bambino nella busta azzurra. I cammelli accasciati. Le interiora della pecora. Il tè bollente. Le ciabatte nella neve. La linea tra il verde e il cielo.
Porto con me anche le imprecazioni, la fame, il sonno che non arriva e la voglia, in alcuni momenti, di essere già altrove. Non ho trovato la città invisibile di cui parlava Misha, né le risposte nel vento. La Mongolia non mi ha insegnato una verità universale e non mi ha restituito l'infanzia.
Ha fatto qualcosa di più modesto.
Per alcuni giorni mi ha tolto la possibilità di decidere tutto. Mi ha obbligato a fermarmi quando volevo avanzare, a entrare nell'acqua quando avrei preferito restare asciutto, ad aspettare quando credevo necessario reagire. Mi ha costretto a guardare il cielo non soltanto per ammirarlo, ma per capire che cosa avrebbe fatto del mio corpo e della giornata.
Poi, ogni volta, il vento è finito. La neve ha smesso. La carovana è ripartita.
Bayarlalaa, Mongolia.
Grazie per la deviazione, per il freddo e per il limite. Grazie per non avere corrisposto all'immagine con cui ero arrivato.

#
Una versione ridotta di questo reportage è stata pubblicata su Lo Scarpone, testata del Club Alpino Italiano.
#
L’autore:
Dimitri Ruggeri è poeta, videopoeta, slammer e scrittore. È autore di numerose raccolte poetiche, tra cui Parole di grano (2007), Carnem Levare, il Cammino (2008), Status d’amore (2010), Il Marinaio di Saigon (2013, vincitore del Premio della critica Mioesordio 2014), Soda caustica (2015), Krokodil (2018) e Radon (2019). Nel 2022 ha pubblicato il suo primo romanzo, Pugni al petto, che ha “performato” correndo le Maratone. Ha realizzato videopoesie, audiolibri e performance teatrali, portando la poesia in contesti non convenzionali come borghi abbandonati, campi agricoli e spazi in disuso. È stato promotore e pioniere del Poetry Slam in Abruzzo e Molise e ha ideato progetti innovativi come Slam[Contem]Poetry, primo portale in Italia dedicato allo Slam e la Biennale Marsica. Ha partecipato ai principali tornei di Poetry Slam in Italia, a festival di poesia e ai più importanti festival internazionali di videopoesia in Europa. Le sue poesie sono presenti in antologie e siti web letterari; alcune sono state tradotte in spagnolo per il Periódico de poesía dell’Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM). Nel 2006 è stato ospite al programma RAI (Futura) Miss Poesia. Attualmente è Direttore Artistico del Premio Hombres Itinerante di Videopoesia ed è impegnato nello sviluppo di progetti con l’intelligenza artificiale.
Info: picasso01.wordpress.com
Instagram: instagram.com/dimitri.ruggeri




