I greci lo dicono meglio: Psomàki, neràki – un diminutivo che non diminuisce
Si vede solo ciò che si conosce e si ascolta solo ciò che si sa. Il resto è un rumore di fondo in attesa di essere codificato e ri-conosciuto. Questa piccola rubrica mira a diminuire il rumore lungo i sentieri della Grecia. Ogni mese metto nero su bianco una frase, una parola, un gesto che possiamo notare lungo la via, per arricchire di gusto gli incontri che ogni cammino riserva. Perché ne scrivo? Cerco una risposta a questa domanda: se il rumore cala, cosa aumenta?
22 June 2026
“Èla, pàre psomàki!”. Che l’accoglienza sia comune in Grecia è risaputo. Ciò non toglie nulla allo stupore e al piacere di riceverla ancora e ancora. Era la mia prima volta a Kàrpathos, cercavo sentieri fino a quando il sole alto rubò ogni colore al paesaggio e faticavo persino a tenere gli occhi aperti: alcuni la chiamano controra, altri l’ora panica, cioè quando Pan riposa. Non è un buon momento per iniziare un sentiero, anzi, meno ci si muove e meglio è. Fortunato chi trova un po’ d’ombra. Ero molto fortunato, c’era Vassilis a portata di mano. Un tempo era un marinaio, usava il vento a mare. Da oltre quarant’anni lo intrappola nelle vele del mulino, adibito oggi a taverna: “Doulèvi me to meltèmi”, mi dice fiero: funziona grazie al meltemi. La moglie è di poche parole ma, come spesso capita, va al sodo: “Vieni, prendi del pane!”. Lo teneva ancora nel forno a legna, spento sin dal mattino. Nonostante l’afa, un tozzo di pane tiepido con olio, pomodoro e un pezzetto di feta, sono stati un lusso senza prezzo. “Thes neràki?” chiese Vassilis. “Sì, vorrei dell’acqua…” C’è una forma di riverenza tra le parole e quello a cui rimandano. Me la spiego così la tendenza del neogreco ad usare diminutivi di continuo. Psomì significa pane, mentre Nerò significa acqua. Quel suffisso -aki è un diminutivo che, sul serio, non diminuisce un bel niente: non c’era nessun panetto, nessuna acquetta su quel tavolo in quella taverna di Òlympos. C’era l’essenza e la bontà di quelle persone, ho assaporato loro, le papille erano tutte tese a non lasciarsi sfuggire ogni nota di gusto, era tutto amplificato. Oltre alla riverenza c’era il tatto, come se urlare il nome delle cose ne potesse alterare la chimica. Magari una consapevolezza antica è ancora attiva, si è forse memori di quando la farina scarseggiava e la siccità faceva venerare le cisterne più che le chiese. E allora risultano ancora più intimi quei diminutivi, come se poche lettere in più possano ancora ingrandire la culla della parola che accoglie la cosa a cui rimanda. La cura del mondo è nella cura delle parole, in barba a tutti i nostri superlativi superflui, alla nostra “famossima” che nessun psomàki può saziare.
Freedom Pentimalli
